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I MASAI

Aggiornamento: 1 set 2022

Tragedia di un popolo



I Masai sono uno dei popoli più famosi e interessanti di tutta l’Africa: i più conosciuti e gli unici a non essere stati resi schiavi dai coloni, riuscendo a combattere sempre coraggiosamente fino ad essere, per questo, idealizzati nel nostro immaginario come feroci guerrieri.


Questa loro fierezza, insieme alle loro antiche tradizioni, sono letteralmente oggetto di persecuzione e annientamento da parte del governo della Tanzania - e non solo - ormai da parecchi anni.


VivereV ti vuole spiegare cosa sta loro succedendo, ma prima vediamo un pò più da vicino questo straordinario popolo per conoscerlo meglio.


Quanto li conosciamo? Quanto sappiamo della loro storia passata e di quella, tragicamente, attuale?



Da dove arrivano i Masai?


La loro origine è avvolta nel mistero ed è rivestita da un’aurea mitica.


Le tradizioni orali narrano che tutto ebbe inizio quando il progenitore di tutti i Masai - Mamasinta - risalì il grande burrone.

E’ molto probabile che si tratti di una metafora per descrivere la migrazione di massa verso la Tanzania che è avvenuta, secondo le fonti archeologiche disponibili, nel corso del XV e del XVII secolo. Ciò che è certo è che si tratta di un popolo antico di origine nilotica.

La parola Masai deriva da “maa”, la lingua parlata.



Dove e come vivevano in passato e oggi?


Sono stati un popolo semi-nomade - tradizionalmente pastori - per generazioni e generazioni che seguiva le piogge stagionali e si spostava con le proprie mandrie alla ricerca dei pascoli più verdi.


Il loro stile di vita si basava su una gestione comunitaria della terra, che garantiva a tutti libero accesso all’acqua e ai terreni da pascolo.

Anticamente, infatti, la terra Masai era suddivisa in una serie di aree di proprietà collettiva, così che ciascuno potesse accedere alle principali fonti di sostentamento, acqua compresa.


"Secondo la nostra filosofia tradizionale, la terra non appartiene a nessun individuo: appartiene ai morti, ai vivi e a coloro che non sono ancora nati"  Masai Joseph Ole Simel

Il bestiame ha sempre rappresentato la loro ricchezza più grande: allevano bovini, capre, zebù e pecore.

Per essi il possesso degli animali è sì indice di ricchezza ma anche di prestigio e potenza, in quanto principale merce di scambio con i popoli dei villaggi vicini.

Questa tradizione dello scambio di bestiame ha sempre rivestito una importante funzione sociale permettendo a famiglie e clan di stringere legami intimi tra loro.

Ancora oggi la ricchezza di un uomo viene valutata in termini di bestiame e di figli.


Attualmente sono ormai una tribù stanziale (specialmente in Kenia) che ha ormai affiancato l’agricoltura all’allevamento e che risiede nella vasta area tra il Kilimangiaro, il Lago Vittoria e il Lago Naivasha, ma si trovano anche nel sud della Tanzania tra il Lago Tanganika e il fiume Ruaha.




I Masai sono famosi - e facilmente riconoscibili - anche per il loro abito tradizionale: lo Shuka. Si tratta di un drappo dai colori sgargianti, con prevalenza del rosso, che viene avvolto intorno alle snelle e longilinee corporature che contraddistinguono questo popolo.



Le loro abitazioni sono case abbastanza standardizzate chiamate enkang, le quali hanno un recinto spinoso all’esterno per proteggersi dagli animali selvatici, e un altro recinto spinoso all’interno che serve per accogliere il bestiame.


E’ peculiare come sia strutturata: la prima casa sulla destra dell’entrata principale è quella del capofamiglia, poi troviamo quella della prima moglie, successivamente le casette per i bambini, che vivono con la madre fino all’età di 5 anni e poi dormono da soli.

L’enkang è fatto di sterco mescolato a fango e posto su una struttura di rami.



Sono naturalmente privi di energia elettrica e acqua corrente: un pozzo per rifornirsi può distare anche più di 5 km.


La società dei Masai è organizzata in gruppi maschili.


Ogni passaggio di età, da iniziati a guerrieri (i morani) o da uomini maturi ad anziani viene celebrato attraverso riti religiosi collettivi.


Un guerriero



Ma alle varie età sopraddette vanno aggiunti i momenti della nascita e della morte.


I Masai non hanno capi: ogni gruppo ha un oloibon (o laibon) di riferimento, cioè una propria guida spirituale.


Sono monoteisti, e l’unico Dio in cui confidano è Enkai: il Creatore del Mondo, ma credono anche in spiriti guardiani non molto dissimili dai nostri angeli custodi.

Enkai si rivela con colori diversi a seconda dell’umore: nero (narok) quando è buono, o rosso (nanyokie) se è arrabbiato.



Perché i Masai saltano?


I guerrieri Masai risultano per una donna maggiormente attraenti più il loro salto è aggraziato e alto.

Essi si pongono in cerchio cantando e facendo corrispondere tono e volume di voce all’altezza dei salti che compiono.



Non lo si direbbe ma i Masai hanno diversi nemici.

I più minacciosi per loro sono i cacciatori della regione di Loliondo (estremo nord della Tanzania, in quanto punto strategico per intercettare le grandi migrazioni di animali).


Ma il vero e più grande pericolo per questo popolo sono le autorità locali e le grandi società di caccia e safari e di turismo d'élite.


I villaggi Masai sono stati progressivamente espropriati e rasi al suolo dai governi locali.

Tutti sono stati sfrattati forzosamente: donne, uomini e bambini allo scopo di favorire l’avvento di grosse società di caccia (come la Otterlo Business Corporation di proprietà della casa reale degli Emirati Arabi Uniti), di agenzie di safari (ad esempio la Thomson Safaris).

Tali grosse e potenti compagnie (quasi sempre) agiscono con il più o meno palese sostegno dei vari governi.



Per fare qualche esempio:

-nel 2006 la Thomson Safaris ha assorbito la Tanzania Conservation Limited - parastatale - che negli anni ’80 aveva acquisito (acquisto contestato dai Masai) circa 10.000 acri nel distretto di Ngorongoro (famosa riserva naturale dove i Masai dovrebbero, secondo la legge della Tanzania, poter vivere e spostarsi in libertà...);

- La Otterlo è stata accusata della distruzione di centinaia di villaggi e di ripetute violenze sui loro abitanti. Per questo si è mobilitato dapprima il Parlamento Europeo e poi lo stesso governo di Dodoma (capitale della Tanzania) che si è visto costretto a sfrattare Otterlo e all’arresto, all’inizio del 2019, del suo direttore esecutivo Isaack Lesion Molle.


Ormai gran parte degli antichi territori tribali sono rimpiazzati da aziende agricole e allevamenti di bestiame, mentre i Masai sono sempre più confinati nelle zone più aride e sterili con conseguente sofferenza dei loro animali e maggior incertezza per il sostentamento delle popolazioni.


Nel 2010 l’Organizzazione EarthRights International ha sostenuto alcune comunità Masai chiamando in giudizio la Thomson Safaris con l’accusa di avere fraudolentemente occupato migliaia di acri della loro terra e di aver compiuto svariati abusi nei confronti degli indigeni impedendo loro persino l’accesso alle fonti d’acqua. E tutto con la collaborazione della polizia autoctona.


A questo punto VivereV lascia la parola direttamente a Survival International con le sue più recenti dichiarazioni (arriviamo al 16 giugno di quest’anno) perché tanti discorsi non servono, serve darsi da fare!


Dopo anni di terrore e centinaia di case incendiate, ora il governo della Tanzania sta passando a misure ancora più drastiche per cacciarli via: stanno tagliando i servizi medici d’emergenza e minacciando di sfollare migliaia di famiglie per permettere a una compagnia straniera di portare ricchi turisti a cacciare trofei sulle loro terre.
I Masai sono allevatori di bestiame: perdere le loro radici a Ngorongoro potrebbe far precipitare migliaia di persone nella totale miseria. E non possono permettersi un’altra battaglia legale.
Potremo pagare i migliori avvocati, assicurare un'ampia copertura mediatica, sostenere la resistenza locale e creare un fondo globale per potenziare altre comunità indigene minacciate in tutto il mondo.
Il nostro movimento ha contribuito a fermare lo sfollamento di massa dei Masai nel 2014, facciamolo di nuovo!
I Masai stanno combattendo per la loro sopravvivenza: diamo loro il sostegno globale che meritano per difendere coraggiosamente la loro terra e la fauna che la abita.
Sfrattare i Masai lascerebbe migliaia di famiglie senza più niente, mentre le terre che hanno protetto per secoli verrebbero spazzate da safari e rodei.
Ad oggi gli è già stato sottratto il 70% delle loro terre!
Ma ora il governo è tornato alla carica con tattiche aggressive e minacciose per costringerli ad andare via.
I Masai non possono permettersi di perdere. E non si tratta solo di loro: i Popoli Indigeni e le Comunità Locali proteggono l'80% della biodiversità rimasta sul Pianeta. Ma quasi ovunque nel mondo, queste comunità sono minacciate da trafficanti di legname, minatori e turismo. Nella maggior parte dei casi, lottano per la sopravvivenza, con scarsissime risorse. Possiamo contribuire a cambiare questa realtà. Se un numero sufficiente di noi dona, potremo:
Pagare i migliori avvocati per aiutare i Masai a opporsi in tribunale agli sfratti e all'accaparramento delle loro terre;
Sostenerli economicamente e mediaticamente puntando i riflettori sulla loro coraggiosa campagna;
Creare un fondo di protezione dei popoli indigeni per fornire supporto rapido agli attivisti che difendono le loro comunità;
Dare la possibilità economica alle delegazioni indigene di recarsi ai prossimi vertici globali sulla biodiversità e sul clima per far sentire la loro voce;
Alimentare campagne urgenti, per proteggere le comunità indigene e salvare la vita sulla Terra.
I popoli indigeni hanno protetto i fiumi, le foreste e le praterie della Terra per migliaia di anni. Oggi stanno combattendo per la loro sopravvivenza, e anche una piccola donazione farà un'enorme differenza in questa lotta impari”
16/6/22:
“Amo questo luogo e non sono disposto ad andarmene perché è la mia casa. Vivo qui da quando ci hanno sfrattato dal Serengeti. È una buona terra, con acqua a sufficienza. È l’unico luogo in cui sono orgoglioso di dire ai miei figli: questa è la vostra eredità.”
Qualche settimana fa, quando ho visitato Loliondo, in Tanzania, un anziano Masai mi ha spiegato con queste parole perché lui e la sua comunità sono determinati a restare nell’area di 1.500 kmq di cui il governo vuole impossessarsi per far spazio alla caccia sportiva e alla conservazione.
La scorsa settimana, circa 700 membri delle forze armate tanzaniane hanno invaso la terra che appartiene legittimamente ai Masai e hanno iniziato a sparare proiettili veri contro uomini e donne il cui unico “crimine” è voler vivere in pace nella terra ancestrale: il luogo in cui seppelliscono i loro antenati, pregano e praticano i loro rituali, fanno pascolare le loro mandrie...Migliaia di Masai sono scappati dalle loro case per rifugiarsi nel bush e sfuggire a una brutale repressione da parte della polizia. Molti sono rimasti feriti. Tanti sono stati arrestati.
Quello che sta accadendo a Loliondo si sta rapidamente trasformando in una catastrofe umanitaria: i Masai sono senza cibo e senza assistenza medica.
Ma non si è trattato di un evento isolato. Le violenze in corso a Loliondo rivelano il vero volto della conservazione: violazioni quotidiane dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali per permettere ai "ricchi" (spesso bianchi) di andare a caccia di trofei e fare safari nelle cosiddette "Aree Protette". Questi abusi sono sistematici e sono il risultato di un modello di conservazione dominante, che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo. Un modello che, come ben sapete, noi di Survival, insieme ai popoli indigeni stessi, cerchiamo di cambiare da anni scontrandoci con un'enorme resistenza da parte di governi, istituzioni e grandi ONG.
Sappiamo che i popoli indigeni sono i migliori custodi del mondo naturale. Per questo, ancora una volta, vi invito a unirvi al nostro movimento per decolonizzare la conservazione e ad aiutarci a diffondere la voce dei Masai. Ci hanno detto di avere bisogno del sostegno internazionale oggi più che mai. Siamo stati tra i primi a denunciare quanto stava accadendo, a scrivere ai donatori della Tanzania e ad altri governi, a fare in modo che la stampa ne parlasse e le voci dei Masai fossero udite.
Ora è il tuo turno!
Per fare pressione e far sapere che anche tu sostieni i Masai, ritwitta questo tweet e condividi questi post su Instagram (con i tag che trovi in commento) e Facebook (inserendo i tag che trovi nel post).
Diversamente, puoi anche scrivere un tuo post personale ispirandoti a uno dei tanti articoli pubblicati sulla stampa italiana e internazionale in questi giorni: qui di seguito te ne proponiamo solo una piccola parte.
Grazie anche da parte dei Masai.”

Ti invito caldamente a visionare questo video, troverai le informazioni utili per capire ciò che sta avvenendo in questi territori, le realtà in atto e le menzogne che ci stanno raccontando!

14 Giugno 2022


Oltre a razzismo, soprusi, violenze e ingiustizie che sono la parte più palese e intollerabile non dobbiamo dimenticare anche la dolorosa perdita di identità di un popolo.


Molti di loro hanno trovato lavoro nelle zone turistiche finendo con l’interpretare il personaggio del Masai per intrattenere gli ospiti dei resort, esibendosi in balli tradizionali e lasciandosi fotografare nei costumi tipici.

(Non ti ricorda qualcos'altro? Non ti fa venire in mente gli Indiani d'America?).


Alcuni affittano, a prezzi per loro molto elevati, piccole botteghe sulla spiaggia dove vendono ai turisti qualche piccolo prodotto di artigianato e souvenir vari.


Altri ancora svolgono lavori stagionali come guardiani, fattorini, camerieri nelle varie strutture ricettive.


Sono finiti con il portare come maschera quello che un tempo era il loro autentico volto.


Il bellissimo paesaggio del Serengeti rappresenta una delle mete più ambite dai turisti di tutto il mondo: ma era la casa ancestrale del popolo Masai dalla quale lo si scaccia.


Il turismo che si basa sul sistema del safari, della caccia grossa, dei parchi di divertimento, del turismo d'élite (peraltro deprecabili e dannosi anche da altri punti di vista, che tralasciamo...) è uno dei settori in più rapida ascesa e sta facendo sparire nell’abisso dell’oblio la vita e la cultura di una delle più antiche ed affascinanti popolazioni tribali d’Africa.


Quello che di questo popolo colpisce è lo sguardo triste e penetrante ma non sconfitto: malgrado tutto, gli occhi mostrano fierezza e orgoglio di appartenere ai Masai.



Aiuta a salvare questo popolo e non permettere che venga anch'esso schiacciato dalla solita logica commerciale del profitto.

Puoi farlo sostenendo Survival International, Amnesty International o altre organizzazioni che stanno lavorando per loro ma anche condividendo sui social (Twitter, Instagram, Facebook...), scrivendo articoli sul tuo profilo o sul tuo blog e boicottando tali sistemi di turismo: non andare a fare safari o caccia grossa, non frequentare e finanziare strutture turistiche che sfruttano i loro territori e i Masai stessi umiliandoli come abbiamo visto.

Non sono attrattive turistiche!


Ridiamo non solo libertà, ma dignità a questo antico e fiero popolo!


Fonti:



Quanto conoscevi di questo particolare popolo? E soprattutto quanto eri a conoscenza di ciò che è in atto nei loro confronti da anni?




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